Ingegnere, engineer e la disciplina nella creatività

Le parole con cui chiamiamo un mestiere cambiano il modo in cui lo immaginiamo.
productivity
writing
Autore/Autrice

Federico Viscioletti

Data di Pubblicazione

20 luglio 2026

Nota

Ricetta per un istinto creativo più sviluppato

Tempo di lettura: 3 minuti
Ingredienti: un’etimologia, un notebook incompleto, e un progetto senza ancora una risposta chiara
Difficoltà: 🟡⚪⚪⚪⚪

Complexity drill-down:

  • 🟡 Fermati nello spazio tra ingegno e engine: stessa radice, immagini diverse
  • ⚪ Riconosci il “mezzo disordinato”: i notebook che non si mostrano, le metriche inventate da zero
  • ⚪ Osserva dove finisce l’intuizione e inizia la disciplina — e perché nessuna delle due basta da sola
  • ⚪ Prova ad applicare lo stesso sguardo al tuo lavoro: stai seguendo una strada o la stai costruendo?
  • ⚪ Ricompensa: un modo più preciso per descrivere quello che già fai

La canzone perfetta per la ricetta

Conosco molti ingegneri. Alcuni sono amici, altri colleghi; oggi, in azienda, sono circondato da engineer. Li associo spesso — con affetto, ma anche con una lieve vena critica — a un certo bisogno di metodo: il desiderio di rendere le cose chiare, ordinabili, verificabili.

È una qualità preziosa. Ma talvolta mi sembra che abbia un rovescio: una certa insofferenza per l’ambiguità. Quella fase in cui non è ancora chiaro quale sia il problema, figuriamoci la soluzione.

Forse è proprio per questo che mi sono fermato a pensare alla parola ingegnere.

In italiano, ingegnere viene da ingegno: una parola che richiama l’intelligenza inventiva, l’intuizione, la capacità di trovare una strada non ovvia. Ma indica anche il congegno, la cosa costruita.

In inglese, invece, engineer sembra discendere più direttamente da engine. A un orecchio contemporaneo, viene spontaneo pensare a un motore. Ma engine non nasce come “motore”: in passato poteva significare congegno, macchina — spesso militare — e prima ancora abilità, astuzia, invenzione. Anche qui, sotto la macchina, c’è l’ingegno.

Mi piace questa piccola deviazione etimologica perché cambia leggermente l’immagine del mestiere.

Oggi la parola engineer evoca facilmente rigore, processi, specifiche, test, affidabilità. Sono immagini giuste: nessuno vuole affidare un ponte, un pagamento o un sistema importante a una vaga ispirazione del momento. La disciplina tecnica è ciò che rende un’idea ripetibile, verificabile, condivisibile.

Eppure, nella parola italiana resta in vista un’altra metà del lavoro: non soltanto applicare un metodo, ma inventare il metodo quando ancora non esiste.

Io non mi definirei propriamente ingegnere. Mi sento più vicino alla data science, e in questo periodo soprattutto all’AI engineering. È un territorio pieno di matematica e statistica, ma anche molto meno lineare di quanto l’etichetta tecnica lasci immaginare.

C’è un lato artigianale che raramente appare nelle versioni ordinate dei progetti. Ci sono notebook Jupyter chilometrici, esperimenti abbandonati, grafici prodotti solo per capire se un segnale è reale oppure è rumore. C’è l’exploratory data analysis, una pratica il cui nome già ammette che, prima di rispondere, bisogna esplorare.

Quando si cerca di creare un prodotto nuovo, o di progettare un modo sensato per valutare un sistema di AI, spesso non c’è una procedura da seguire. Ci sono principi, strumenti, dati imperfetti e una domanda ancora troppo grande. In quella fase servono competenza ed esperienza, naturalmente. Ma serve anche un guizzo: vedere un possibile criterio, una metrica, un esperimento o una semplificazione prima che sia completamente giustificabile.

Solo dopo arriva il lavoro disciplinato: rendere esplicite le ipotesi, misurare, confrontare, documentare, correggere. Senza quel lavoro, l’intuizione resta soltanto un’intuizione. Senza l’intuizione, invece, il metodo rischia di applicarsi con impeccabile precisione a un problema poco interessante.

In una canzone scritta con un amico mi è capitato di formulare un’idea che oggi riconosco anche qui: la creatività non è assenza di disciplina. Una canzone ha bisogno di forma, tempo, ripetizione e scelte perché un’intuizione possa diventare ascoltabile. Allo stesso modo, un progetto tecnico ha bisogno di vincoli e verifiche perché un’idea possa diventare utile.

Forse la disciplina non è ciò che limita la creatività. È ciò che le permette di uscire dalla testa di chi l’ha avuta.

E forse l’ingegno non è il contrario del rigore. È ciò che rende il rigore vivo: la capacità di capire quando la strada già tracciata non basta, e di costruirne una nuova.

Se anche nella creatività c’è disciplina, e nella disciplina tecnica c’è bisogno di ingegno, che cosa significa davvero essere engineer?

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